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testimonianze

La storia di Nadia da medico a oss

di Paola Botte

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Il pregiudizio spesso è frutto dell'ignoranza. Dice Giuditta, oss di quasi cinquant'anni: L'errore più comune è giudicare gli altri senza neanche conoscerli. E lei lo sa bene, perché come altri suoi colleghi ha commesso questo grave sbaglio nei confronti di una oss che presta servizio nella sua stessa struttura.

Nadia, da medico chirurgo a oss per seguire il marito

medico oss

La prima volta che ho visto Nadia non le avrei dato neanche il titolo di oss - confessa in tutta onestà -. La vedevo camminare tra i corridoi del reparto trascinando i piedi, come se non avesse voglia di lavorare. Eppure da noi di lavoro ce n'è sempre stato tanto. Siamo nel reparto di pediatria e dunque è facile immaginare come oltre ai classici momenti del giro letti, della raccolta dei parametri e dell'imboccamento, ci sono tante altre occasioni da condividere con i piccoli pazienti: gioco, confronto con i genitori, igiene extra ecc ….

Sin dal suo primo turno, tutti l'abbiamo giudicata come inadatta – continua -. Non rideva quasi mai e anche se sapeva svolgere bene il suo lavoro di oss, c'era qualcosa nel suo atteggiamento, soprattutto con i medici, che non ci piaceva affatto. Con noi era abbastanza cordiale, anche se non parlava quasi mai di cose accadute durante il turno. Per le consegne diceva il minimo indispensabile, senza mai entrare nel campo infermieristico o medico.

Con il passare del tempo Giuditta e gli altri colleghi prendono confidenza con Nadia e tra una chiacchiera e l'altra finalmente la donna decide di raccontare un po' di più della sua vita, lasciando tutti di stucco.

Ricordo ancora quella mattina - rivela Giuditta - quando una collega che aveva appena smontato notte mi ha raccontato tutto. Dalla storia di Nadia era emerso che nel suo paese di origine, lei era stata un medico-chirurgo. Laureata in medicina, si era specializzata in chirurgia pediatrica, professione che aveva svolto finché non era stata costretta dal marito a emigrare in Italia. Appena dopo il trasferimento aveva provato a chiedere il riconoscimento del titolo, ma per esercitare avrebbe dovuto frequentare un'università italiana e dare parecchi esami. Più tardi, lei stessa mi aveva confessato che tra mille difficoltà coniugali e la mancanza di disponibilità economica era riuscita a malapena a pagarsi un corso per oss. Mai come in quel momento Giuditta si era sentita in colpa. Da quel giorno ho iniziato a capire il suo atteggiamento - dice Giuditta -. Adesso so che Nadia non trascina i piedi perché non ha voglia di lavorare, bensì perché è una donna delusa. Delusa dalla vita, dal suo stesso lavoro che ama, ma che non può svolgere. Quando accompagna i pazienti nello studio medico e si allontana in fretta verso la porta lo fa non perché non è capace di confrontarsi con i medici, ma perché probabilmente le fa male avere di fronte un collega e non poterlo chiamare tale.

Nadia sa che deve stare al suo posto. In Italia è una oss e non vuole per nessun motivo perdere il posto di lavoro. Da quando il marito l'ha lasciata, ha bisogno di molti soldi per mantenere gli studi alle figlie e per le loro attività sportive. Il suo sogno di frequentare l'università si allontana sempre di più, così come quello di ritornare nel suo paese d'origine.

Noi colleghi speriamo sempre che per lei ci sia un lieto fine - conclude Giuditta -. È ingiusto quello che le è capitato e ammiro la sua forza. Non credo che un medico italiano sarebbe disposto a diventare oss per sopravvivere - sottolinea con ironia-. Una cosa è certa: grazie a Nadia abbiamo tutti imparato una grande lezione di vita.

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