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Operatore Socio Sanitario

Edoardo e l'omertà dettata dalla paura di perdere il lavoro

di Paola Botte

Cosa è secondo voi l'omertà? Una condivisione degli stessi valori oppure semplice paura di ribellarsi? Per chi è stato omertoso almeno una volta nella vita non sarà facile dare una risposta. Perché dietro una definizione che racchiude il senso di una parola c'è molto di più. Non per giustificarsi, certo - dice Edoardo, Oss di 33 anni del centro Italia - ma quando si tratta di difendere il proprio posto di lavoro e lo stipendio spesso non si guarda in faccia a nessuno. Nemmeno a chi sta soffrendo e chiede solo di essere difeso.

Violenza sui pazienti, Edoardo: Ho taciuto per non perdere il lavoro da oss

Edoardo, Oss: Avevo paura di perdere il lavoro, non ho mai denunciato nulla

La storia di Edoardo non è una di quelle belle storie a lieto fine, dove l'Oss decide di stare dalla parte del paziente a costo di rimetterci il posto. Al contrario, è una dimostrazione di come l'uomo per avidità, disperazione o paura, possa diventare indifferente anche di fronte alla crudeltà.

Era il mio primo giorno di lavoro in struttura e - ricorda Edoardo - avevo da poco concluso il corso per diventare Oss. Quindi dalla mia non avevo alcuna esperienza lavorativa se non il tirocinio svolto diligentemente presso ospedali e Rsa. I colleghi mi sembravano tutti bravissimi, preparati e qualsiasi cosa dicessero, per me, era legge. La prima settimana passò in fretta e ripensando a tutte le cose che imparai in quei cinque giorni non mi sembrò vero.

Edoardo però non sapeva ancora che da lì a poco avrebbe visto come stavano realmente le cose. Quando iniziai a prendere confidenza con le attività della giornata e gli altri operatori - continua - alcuni di loro si lasciarono sfuggire in mia presenza delle battute poco carine sui pazienti. Però fin lì nulla di grave e quindi feci finta di niente. Nei giorni successivi, ebbi la possibilità di lavorare con tutti i colleghi e di farmi un'idea su chi fosse più bravo. Fu lì che mi accorsi delle pratiche poco ortodosse che qualche collega adottava.

Per esempio: infilare il "doccino" nella bocca di un paziente violento a causa della sua patologia, se questi si ribellava al bagno settimanale; spaventare i pazienti che disturbavano, facendo rumore alle porte delle loro camere; far finta di imboccare un degente disfagico e invece buttare via il cibo senza neanche provarci. E cose simili. Ma io non ho mai osato dire nulla, perché ci tenevo a conservare il mio posto di lavoro e a nno essere preso di mira. Così con i colleghi facevo finta di capirne e condividerne le ragioni dei gesti.

Cose raccapriccianti, al punto che anche i parenti di alcune vittime avendo sospettato dei maltrattamenti avevano chiesto spiegazioni alla direzione.

Un giorno la figlia di un paziente colpito da ictus da qualche settimana, venne da noi per lamentarsi del fatto che il padre non riusciva a scaricarsi nel pannolone e che nonostante le sue richieste di essere portato in bagno, nessuno lo aveva fatto. Era vero - aggiunge Edoardo - nessuno aveva voglia di accompagnare S. in bagno e spostarlo dalla carrozzina sul wc. O meglio, quando ho provato a farlo, i miei colleghi mi hanno impedito di continuare, dicendo che così poi avrebbero dovuto farlo anche loro. Quindi era meglio per tutti se lui avesse continuato a scaricarsi nel pannolone. Il paziente ebbe quasi un blocco intestinale a causa del nostro menefreghismo, ma per fortuna andò bene.

I pazienti, a sentire Edoardo che tende quasi a giustificarsi, non hanno mai subito nulla di grave, ma soltanto momenti di disagio causati dagli operatori, dovuti forse al carico di lavoro.

Sono trascorsi molti mesi, addirittura anni, da quando quel giovane Oss ha messo piede per la prima volta nella struttura. Quello che prima lo scandalizzava adesso lo racconta quasi con cinismo.

Non ha mai denunciato la situazione e ringrazia il cielo di avere ancora un posto di lavoro. Edoardo sostiene che le cose adesso siano migliorate, perché molti di quei colleghi si sono licenziati o hanno vinto dei concorsi. Il dubbio però rimane, così come rimane il silenzio, per paura di ritorsioni, di molte vittime di maltrattamenti nelle case di riposo o negli ospedali.

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