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Ecco cosa fanno gli infermieri in terapia intensiva

di Redazione

Punture. Prelievi. Pastiglie. Esegue. Esegue. Esegue. Ci mettiamo le mascherine che decubitano il volto, le tute pesanti, le spesse visiere che ci fanno soffocare nella nostra stessa aria. Siamo eroi perché lavoriamo in condizioni estreme. Tutto sommato è questo quello che pensa la gente in questi giorni. Noi che facciamo questo lavoro da alcuni anni, sappiamo bene qual è l’opinione pubblica nei nostri confronti. Il sangue, le ferite, le punture, la pastiglia, la siringa. Facciamo anche questo, senza dubbio, senza sminuire, fra tutte le altre cose. Ma non è tutto qui. Non siamo eroi, facciamo il nostro lavoro, quello che abbiamo sempre fatto. Voglio parlare di una professione che non ha ancora trovato la sua identità, perché da sempre sottostimata e limitata, tante volte anche per colpa degli stessi infermieri.

Cosa fa realmente un infermiere di terapia intensiva

L’infermiere di terapia intensiva è un professionista sanitario formato per assistere il paziente con disfunzionamento multiorgano, causato da traumi e/o patologie che mettono a rischio la vita.

L’infermiere di terapia intensiva arriva in turno e osserva il suo paziente, lo valuta, ne comprende le debolezze e le criticità. Perché ogni persona è diversa e ogni persona è diversa con la sua patologia. Non è il monitor il primo segnale di allerta se qualcosa casca fuori dello schema, è l’infermiere, che ha impostato quegli allarmi su quel monitor e li ha impostati con motivo e criterio.

L’infermiere di terapia intensiva è colui che è formato a conoscere i presidi che ha a disposizione. Non solo li deve conoscere, ma deve anche saperli far funzionare e interpretare. Il monitor con la pressione, la frequenza cardiaca, la saturazione arteriosa, la temperatura corporea, la PVC, la wedge pressure, l’ICP, la ETCO e poi ancora il ventilatore con tutte le sue impostazioni e diciture PC, VC, SIMV, PSV, CPAP; sapete tutti di cosa sto parlando, vero?

Poi c’è il PICCO e il VIGILEO con le loro misurazioni di portata cardiaca per capire come si comporta il cuore. Poi c’è il BIS e ancora il QEEG per capire come reagisce il cervello. Altri monitoraggi ancora, ma sempre cose alla portata di tutti, naturalmente.

L’infermiere di terapia intensiva è colui che a tutte le ore del giorno e della notte esegue l’igiene dei malati. Ricordate tutti quei parametri sopraelencati nel paragrafo precedente? La gran parte di questi subisce una variazione significativa durante le cure igieniche. Cosa fare in tal caso? L’infermiere lo sa, mette in atto tecniche e strategie fornite dalla formazione e dall’esperienza riportando il malato a dei valori accettabili.

Non siamo più semplici infermieri, non siamo più semplici esecutori, non siamo dei volontari. Quante volte lo dobbiamo dire ancora: siamo dei professionisti! Dobbiamo essere uniti e lottare per quello che ci spetta. E no, il sorriso dei pazienti, per quanto soddisfacente, non mi basta più

Perché eseguire le cure igieniche su un paziente così compromesso, penserete. Perché l’infermiere di terapia intensiva lo sa bene: la missione è garantire la dignità della persona assistita. Questo naturalmente dopo avergli salvato la pellaccia.

L’infermiere di terapia intensiva deve conoscere per filo e per segno il corpo dei propri assistiti, deve prevenire le lesioni, mantenere l’integrità della cute, conoscere tutti i device annessi al paziente, invasivi e non. I cateteri arteriosi, venosi, vescicali. Le tracheostomie, le colostomie, le urostomie. E ancora i drenaggi (ce ne sono un'infinità) e capita sempre più spesso di vederne in terapia intensiva. L’infermiere di terapia intensiva somministra anche i farmaci. È “compito” suo.

Noradrenalina, adrenalina, curari, benzodiazepine, propofol, fentanest, magnesio, calcio, potassio, colloidi, cristalloidi, derivati del sangue e anche pastiglie, sartanici, betabloccanti, diuretici, cortisonici. Chiunque li conosce, giusto?

Tutti sanno usare Google, quindi tutti conosceranno le interazioni di un farmaco con l’altro, la posologia, la modalità di somministrazione, la diluizione.

L’errata somministrazione di un farmaco viene penalizzata legalmente come imperizia, imprudenza e negligenza. Perché mai un infermiere dovrebbe commettere un errore di somministrazione? D’altro canto è facile, tutti lo sanno fare, tutti sanno leggere i foglietti illustrativi e tutti sanno bene come si somministra un farmaco piuttosto che un altro.

E infine, la parte forse più umanamente coinvolgente della nostra professione da un punto di vista emotivo. La perdita della battaglia. L’infermiere di terapia intensiva è colui che si prende cura della salma, con dignità e rispetto alla persona, la lava, la pulisce, la protegge da danni alla cute, ai denti, alle articolazioni.

Sarà lui a spegnere il ventilatore e il monitoraggio che lo tiene in vita. Si assicura, fino all’ultimo, che quella persona sia nelle mani di un professionista esperto, che sa sempre come maneggiare quel che rimane fisicamente di lui, e lo accompagna alla morte nel modo più delicato possibile. Tutti lo saprebbero fare vero?

E vi assicuro che non basta di certo una laurea triennale per avere le competenze richieste dalla terapia intensiva o per qualsiasi area critica. Non è facile ed è proprio vero quello che leggevo i giorni scorsi nei media: l’infermiere di terapia intensiva non si improvvisa, non è un ventilatore ad un posto letto, è un esperto della sanità, un professionista formato da tanti anni di esperienza e che possiede competenze specifiche in costante aggiornamento.

Non siamo eroi, facciamo il nostro lavoro, quello che abbiamo sempre fatto

Voglio parlare di una professione che non ha ancora trovato la sua identità, perché da sempre sottostimata e limitata, tante volte anche per colpa degli stessi infermieri.

È da anni che ci sono tagli alla sanità, che le aziende fanno di tutto per assumere il minore personale possibile, che i turni sono massacranti. I pazienti sono sempre più complessi e le competenze richieste sono sempre più ampie.

Ma quello che ci distrugge emotivamente è che tutto ciò non ci viene riconosciuto, a livello professionale ed economico. L’opinione pubblica nei nostri confronti è sempre stata pessima e lo stipendio è misero.

Io le dico adesso queste cose, perché domani torneremo di nuovo ad essere quelli che danno le pastiglie, fanno i prelievi e le punture, esattamente come lo eravamo ieri, come lo siamo sempre stati, solo perché non saremo più coperti da tute pesanti e mascherine che ci sfigurano il volto a fine di ogni turno.

Non è il momento? Io mi sto rimboccando le maniche, la mia parte la sto facendo, non sono in sottofondo a lamentarmi, se non siamo noi a parlare adesso, nessuno lo farà mai per noi!

Non siamo più semplici infermieri, non siamo più semplici esecutori, non siamo dei volontari. Quante volte lo dobbiamo dire ancora: siamo dei professionisti! Dobbiamo essere uniti e lottare per quello che ci spetta. E no, il sorriso dei pazienti, per quanto soddisfacente, non mi basta più.

  • Isabella Pezza, Infermiera

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